La teoria dell'effetto Jenga digitale

di @lucianoblini ♦ Tempo di lettura stimato: 4 minuti
La teoria dell'effetto Jenga digitale

Prima che mi addentri in questo pippotto, per cortesia, fate questa controprova. Aprite Youtube con il vostro smartphone e cercate, se ne avete creata mai una, la playlist più vecchia di video che avete (preferiti, o "guarda più tardi" o una delle vostre personali).

Se siete fortunati avrete solo un paio di "video non disponibile", come un sorriso sdentanto tra il video di un gattino e una parodia di Call Me Maybe.

Poca roba, ma è dato interessante per capire che tutto quanto è — in questo esatto momento — disponibile su internet (e parliamo di milioni di yottabyte) non lo sarà più nell'arco di pochi mesi: una grossissima fetta di dati (nostri dati, miei dati, alcuni personalissimi) ogni giorno è oscurata, eliminata, censurata o più semplicemente dimenticata. 

Per sempre.

E no, non mi riferisco solo al video del gatto che si comporta come un canevideo di cui tutt'ora mi vergogno di aver messo il mi piace, eh.

Quasi certamente i video su YouTube sono stati eliminati per infrazioni sui diritti del copyright o perché l'autore non vuole che si guardi un determinato contenuto dallo smartphone (perché?? Non me lo spiegherò mai) ma anche il più legale dei vari siti on-demand elimina la nostra serie o il nostro album preferito senza grossi complimenti. 
Contenuto che abbiamo regolarmente pagato, anche se poco, sparito perché considerato poco proficuo.

Tutto passa sotto questa mannaia digitale: contenuti pagati, piratati o personali.

Vi sfido a trovare un vostro vecchio post, magari di 5 anni fa, su Facebook. Non c'è il box di ricerca, tutti i vostri pensieri passati sono precipitati nell'oblio fino al momento in cui Facebook stesso non li ripesca per dirvi cosa facevate esattamente un anno fa e farvi sentire vecchi e ridicoli.

Sia chiaro, questa sorta di amnesia selettiva non sarebbe un male, questo gruviera digitale c'è sempre stato sin dagli albori del WWW. Esistono milioni di siti, interi siti, alcuni famosissimi e utilizzatissimi, che sono scomparsi da un giorno all'altro, puff, spariti, solo perché era più remunerativo spegnere il server piuttosto che dimenticarsene e lasciare tutto così com'è.

Di anno in anno ci hanno fatto credere che lo spazio fisico è sempre più economico, infinito, praticamente gratuito, un motto che ha fatto la fortuna di Gmail, Flickr o Dropbox e similari.

Eppure se questa musa non cattura abbastanza utenti coi loro dati da rivendere, coi loro click da profilare, qualcuno passa e spegne tutto. Tanti cari saluti e GIAO.

E questo l'han fatto tutti i più grandi player del web, quelli che si sbracciano per trovare un modo per "risolvere" il digital-divide: Google, Facebook e Microsoft in primis.

Addirittura di Google esiste un cimitero virtuale con le lapidi di tutti i progetti passati a miglior vita, alcuni che erano davvero popolarissimi (qualcuno ricorda Google Reader?). Sono defunti tutti i blog e i servizi correlati (sentite come Technorati, Blogger, Splinder, Feedburner suonano antichi).

Tutti i "social bookmark" sono miseramente crollati come ad esempio Digg e StumbleUpon. I servizi di personalizzazione dei grandi portali — ricordo che Yahoo aveva un pannello fighissimo — sono tornati semplicemente grossi inutili portali. Tutto quanto era personalizzabile è tornato ad essere passivamente monodirezionale.

Siamo cresciuti con la certezza che se uno show non potevamo vederlo in diretta TV c'era un modo (spesso non molto legale) per rivederselo sul Web, ci han detto che c'è spazio infinito per le nostre foto, i nostri brani musicali, i nostri rapporti sociali.

Ci hanno detto che il catalogo Netflix è in continua crescita e invece si perde per strada un sacco di film, ogni giorno.

E' una erosione di dati progressiva e lenta, inesorabile, insospettabile.

A onor del vero alcuni servizi permettono di fare un "backup preventivo", ma tutti questi dati — senza l'infrastruttura che li ha collettati — diventano solo un grosso file zippato che verrà dimenticato sul nostro desktop.

Basta davvero tornare indietro un pochino e scoprire che tutta la nostra presenza digitale, il nostro "io" passato sul web è solo una gigantesca torre Jenga pronta a cadere da un momento all'altro.

Ci stiamo assuefando a questo gioco di equilibrio precario: diamo per scontato che i nostri dati, le nostre preferenze, le nostre foto hanno un valore effimero se salvate su web. 

Pensiamo che le cose importanti da "tramandare ai posteri" sono da stampare e conservare nella cassapanca in fondo al letto mentre quelle pubblicate da qualche parte sull'internet no, sono un piccolo obolo spendibile socialmente per quattro like, da dimenticare quanto prima. 

Ho davvero il terrore di constatare che tutti i miei esami del sangue degli ultimi 6 anni sono ospitati da altrettanto tempo su uno spazio senza dominio, un indirizzo IP fluttuante nel nulla.

La mia biblioteca, quella dei libri di carta, ha già cambiato dominio e software e archivio storico almeno 2 volte in meno di 3 anni.

E se domani Whatsapp facesse la fine di ICQ o Messenger? Sembra un'ipotesi così assurda?

Cosa succederebbe se Instagram diventasse improvvisamente meno appetibile, come lo è diventato Flickr?

Facebook sarà davvero l'unico collettore delle foto dei nostri gattini da qui all'eternità?

O dovremo migrare nuovamente, creare un altro account, e costruire per l'ennesima volta una nuova identità digitale?

E soprattutto, tra qualche mese, quanti dei link riportati in questo articolo saranno ancora funzionanti?


Foto di copertina di Herman Rhoids 

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